Catherine Beaufort: Lo sente ridere e quella risata si incastra nel petto, trova il suo posto e la traccia di quel suono sarà salvifica in futuro o un rifugio nella tempesta- Dimmi -lo dice con un sorriso aperto, ma si nota come stia tentando di ricomporsi, eppure non può non riesce- Ma io dico sempre la verità, annotalo -ha pure l'ardire di sollevare l'indice e fare un gesto quasi superbo, sentendosi rassicurata dal suo abbraccio che si fa più forte, che le strappa via la paura- Peccato, era una cosa abbastanza originale -il tono basso, sempre mormorato, arcuando la schiena a quella carezza, ma si perde in lui, nel suo mormorio, nella carezza che sale dietro la nuca- Sì? Vorrei inece poter scegliere solo la felicità. Ma non si può eludere la realtà -il sussurro è basso, eppure ancora una volta tra di loro l'aria muta, lui muta per lei, trovandola impreparata. Un gioco che una dilettante perde appena lui fa sul serio o si approccia in un modo fisico che la disarma, perché nel momento in cui lui le sfiora la coscia lei perde. La reazione è fisica, le gambe si aprono appena ed il respiro si arrovella nei polmoni, rendendo lo sguardo appena più vacuo, meno padrone del presente. Lo vede avvicinarsi ed un piccolo legame con il suo autocontrollo si spezza, portando lo sguardo alla bocca di lui, inclinando la testa al suo respiro, fermando la sua respirazione per non sentire il suo odore, ma poi fallisce miseramente perchè lo rilascia quando avverte le labbra sul lobo. Rabbrividisce e si ritrova con le gambe di gelatina, le mano dietro la nuca di lui e l'altra che accarezza il colletto del suo cappotto- Perdiamola... -ansima in quel tono basso, mentre il mondo scompare, la bocca affonda nella sua. Un bacio passionale, intenso che non ha una struttura graduale, ma esiste in quell'incendio che in lei sta solo divampando violento...eppure qualcuno apre la porta, fa entrare il gelo e lei impiega qualche secondo a realizzare il tutto, troppo tempo. Si scosta con lo sguardo annebbiato, l'aria insoddisfatta e arrabbiata di chi non voleva essere interrotta, le labbra gonfie, il respiro conto e le mani che non si riescono subito a staccare, ma per forza maggiore dovrà farlo, visto che devono scendere ||
Adrian Cole: La risata gli esce prima ancora che possa fermarla, piena, vera, di quelle che gli scaldano il petto e gli fanno dimenticare per un secondo la ruota, il vento, il fatto che sotto di loro esiste un mondo che non smette mai di crollare. - No, aspetta— - prova, ma è già troppo tardi, perché l’immagine mentale l’ha già fregato. - Tu che mi dici così è… - si interrompe, scuote appena la testa, come se fosse una cosa troppo stupida per essere reale. - …da criminali. - La cabina ondeggia e lui la sente stringersi, tremare, e Adrian la chiude subito tra le braccia con più forza, senza pensarci. Il suo corpo si fa barriera, appoggio, riparo. - E poi? - ripete, più basso, come se la richiesta gli piacesse davvero. - E poi l'ho riparato, ovviamente. - Le sfiora la schiena, lento. Ma quando lei cambia… Adrian lo sente. Lo sente nel modo in cui la voce le si spezza, nel modo in cui lo guarda, nel modo in cui quella felicità e quella tristezza si incastrano nello stesso respiro. E lui non fa battute, non adesso. Resta fermo. Gli occhi su di lei, senza scappare. - …lo so. - mormora soltanto, e sembra quasi che lo dica con tutto il corpo. La mano le sale piano dietro la nuca per farle capire che può appoggiarsi quanto vuole. - Non devi scegliere una delle due. Puoi essere tutte e due. - Quando lei gli sfiora l’orecchio e gli sussurra quella cosa, Adrian si irrigidisce appena. Come se avesse premuto un interruttore. Il respiro gli si ferma a metà. Non dice niente. Adrian la guarda un secondo, come se stesse scegliendo se essere prudente… o ascoltarla davvero. Poi la mano libera scende lenta, senza fretta, e si posa sulla sua coscia con una naturalezzadisarmante. Una pressione appena accennata, quanto basta a farle capire che l’ha fatto apposta. La mano resta sulla sua coscia e si muove lenta, senza fretta, come se stesse facendo apposta a non arrivare mai davvero da nessuna parte. È un accenno, una carezza che scende e risale appena, seguendo l’interno coscia con una calma ed una lentezza che non è innocente. Poi si avvicina, piano, come se stesse scegliendo di farlo e basta. Il respiro gli sfiora l’orecchio, caldo, trattenuto. Le labbra gli passano appena vicino al lobo, quasi un niente. La punta del naso le sfiora la pelle, e lui ci resta un secondo di troppo. Solo allora le sussurra, basso, ruvido: - Se continui così… mi fai perdere la testa. - E non aggiunge altro. Non le chiede nulla, non la provoca con parole. La provoca restando lì, con la mano che continua a muoversi lenta e la bocca vicina, come se il resto del mondo — la ruota, la neve, la fine del giro — fosse improvvisamente irrilevante.
Catherine Beaufort: Sente la sua immobilità e per una volta è lei a donare qualcosa di concreto, accarezzandogli la nuca con le dita, per far sentire la carezza, mentre quelle labbra si staccano eppure il fantasma del loro calore le si fissa addosso. Si sfiora il labbra superiore con la lingua, in un gesto che non è nemmeno pensato, ma esiste, ritirandosi poco dopo. Gli guarda il sorriso, il cuore che ha un sussulto, la gola che si stringe e le carezze che manifestano quello che prova, visto come va ad intrecciare le dita alle sue e affondare la mano tra i suoi capelli- Posso diventare il tuo tostapane e tu puoi smontarmi -il viso si arrossa, ma ride, una risata piena e dimostra come la paura, al pari dell'alcool, le frigga i neuroni buoni, regalando una delicata stupidità di intenti. Si morde la bocca con gli incisivi, soffoca la risata seguente, ma la cabina che oscilla la porta ad abbracciarlo più forte, tremando con il terrore negli occhi- E poi? -incapace di staccarsi da quella futilità di racconti che però par bramare in qualche modo. Il sorriso che si spegne, la mano che risale sino a farle sollevare meglio il viso, come ad esporre la gola o esporsi in generale. La mano ritorna al viso di lui, si poggia delicata sulla sua guancia, mentre lo fissa- Sono all'apice della mia felicità e... -il naso si arriccia, gli occhi che sono specchi umidi- all'apice della mia tristezza, in questo momento -la bocca resta ad un soffio della sua, le labbra che si muovono contro quelle di Adrian mentre parla. Lui scaccia le nubi e lei respira, lo fa come se stesse emergendo da un nnegamento, eppure gli regala un cambiamento, lo sguardo si cattura di una malizia che non è volgare, ma è presente, intensa, brucia qualsiasi cosa incontra con quello sguardo, mentre lo pianta su di lui, spostando la bocca sulla sua guancia e poi contro il suo orecchio, sempre sfiorandolo, mormorando con una voce bassa e ruvida, mentre la mano dalla sua guancia si porta alla sua nuca, tenendolo fermo per sentire quello che deve dire- Quanto mi piacerebbe scompigliati i capelli, ora -si ritira lenta e si mostra con un sorriso piccolo sulle labbra- Adesso stavo facendo qualcosa di seducente. Hai capito la differenza, Nevischio? -lo domanda con quel tono da strega che alle volte emerge, eppure ha stranamente un tono rauco e il respiro affannato.
Adrian Cole: Il bacio gli arriva addosso come una cosa semplice e devastante insieme. Non è fame, non è urgenza — è quella tenerezza che ti entra sotto la pelle e ti fa dimenticare per un secondo che fuori potrebbe finire tutto. Adrian resta fermo, come se avesse paura che anche solo respirando più forte possa spezzare quel momento. Le sue labbra si muovono appena contro le sue, un ricambio minimo, istintivo. Poi si stacca di un soffio, giusto il necessario per guardarla. La sente, quella promessa. La sente come un peso buono sul petto, come qualcosa che non gli appartiene ma che adesso tiene lo stesso. Un mezzo sorriso gli trema sulle labbra quando lo chiama così. - Cacciatore di briciole… - ripete piano, e sembra quasi che gli faccia ridere il cuore prima della bocca. - Non lo dire troppo forte, o mi tocca metterlo sul biglietto da visita. - Le dita si chiudono meglio dietro la sua schiena, come a sigillare la posizione. La cabina scricchiola ancora, il vento fa vibrare il vetro, ma lui non si muove. Se Catherine trema, Adrian diventa un punto più fermo. - E comunque sì. - aggiunge, tornando per un attimo all’armadio, perché è più facile non far crollare tutto se ci appoggi una battuta sopra. - Si aprivano tutte insieme. Un’imboscata. - La guarda di nuovo negli occhi, più serio, senza perdere la morbidezza. - Ha vissuto per mesi con la paura di aprire un cassetto e ritrovarsi un’anta in faccia. - Poi il sorriso gli si spegne piano, come se la neve avesse abbassato il volume di ogni cosa. La mano le sale dietro la nuca, sfiorando i capelli, e la tiene lì — vicino, inevitabile. - Ogni attimo… - la voce gli si incrina appena, e Adrian odia quel dettaglio, quindi lo copre stringendola un filo di più. - Tutto il tempo che c’è. - Non aggiunge “sempre”, stavolta. Non perché lo ritiri, ma perché glielo ha già detto una volta e per lui basta. Le cose vere non le ripete. Le sfiora di nuovo la bocca, un contatto breve, quieto. - E non provare a convincermi che non stai facendo niente di seducente. - Un mezzo ghigno, finalmente. - Mi stai letteralmente rovinando la capacità di pensare. -
Catherine Beaufort: Lo nota forse quello spiazzamento, ma non commenta, lasciando che la sua di tenerezza si mostri con lui, visto che per lei il mondo resta silenzioso su quel fronte. Si concede la misura di accarezzarlo, respirando il suo odore e restando con le labbra molto vicine alle sue, basta veramente poco per colmare quei pochi centimetri, ma decide di non farlo, non ancora per lo meno. Alla sua frase si ritrova a socchiudere lo sguardo, mentre il respiro si spezza, per una sorsata di desiderio che le aggroviglia il basso ventre- Vorrei sottolineare che io non sto facendo nulla di seducente! -lo dice con quel tono rauco, tanto che deve schiarirsi la gola chiudendo le labbra. Eppure sta diventando calda, con quelle guance arrossate e le labbra che formicolano come se volessero prepararsi per quell'atto- Perché i medici molto spesso non sono bravi linguisti ed un mio collega di corso pensava di aver fatto un anagramma...non solo sembravo un maschio, ma l'onta di un nome inesatto, anche se rimorchiavo un sacco con le donne -lo mormora con un tono divertito, per poi spostare la mano dalla guancia alla base del suo collo, facendo percepire la carezza- Ti ha morso le dita? Almeno avevi staccato la presa? -getta un occhiata all'esterno e quasi si soffoca, tornando su di lui con gli occhi eappiccicandosi ancora di più- sì, ti prego -vuole essere distratta, ma nel dirlo la mano sul collo ha stretto la presa dietro la nuca, tra i suoi capelli, senza tirarli però. Il suo racconto la vede confusa, un secondo di troppo, ma ride, la risata che si riversa fuori dalle labbra e che lei tenta di ricacciare indietro, deglutendola- Mi vuoi dire che si aprivano simultaneamente? -ride ancora, il tono lieve, ma si spegne con un delicato gesto di deglutizione quando lui la guarda, quando il silenzio domina tutto. Schiude la bocca, il nasino si arrossa, gli occhi si fanno lucidi come se fossero finestre su un dolore che è sempre presente, una costante fissa nel loro vivere insieme. Si concede qualcosa che non ammette repliche o forse è così è basta che deve andare, visto come cerca la bocca di lui, non per un bacio, ma per una frase- Rimarrò per tutto il tempo che c'è concesso, te lo prometto -non parla del frattale, ma par implicita la cosa, parla della vita, di tutto il tempo che ha addosso- Mio cacciatore di briciole -il sussurro è un bacio sulla sua bocca, uno di quelli lievi, nati dalla tenerezza e non dalla lussuria
Adrian Cole: Il bacio sul naso lo spiazza quel tanto che basta a fargli fare quel mezzo sorriso che gli viene sempre quando non sa bene cosa farsene della tenerezza… quindi se la tiene addosso e basta. Non distoglie lo sguardo, resta lì, vicino, con quel respiro lento che si mischia al suo e le mani che non hanno nessuna fretta di cambiare posto. -lo so, anche se sto facendo molta fatica e tu mi stai mandando il cervello in tilt… - Mormora con tono basso, sincero, con quella calma sotto pelle che è solo un frenare un impulso troppo evidente. Alle parole su “Charlie” gli scappa una risata bassa, breve, più calda di quanto si aspetterebbe. - Charlie. - ripete, come se stesse assaggiando il suono. - Perché mai Charlie? - Le sfiora la guancia con il pollice, poi alza appena le spalle, finto innocente. - Comunque no. Non ho mai trovato il cassetto delle briciole. Però ho scoperto una cosa importante: i tostapane hanno un carattere di merda. - La ruota scricchiola e lui sente il sussulto di lei prima ancora di vederlo. La stringe appena di più, come un riflesso. - Tocca a me, eh? - mormora, e si prende un secondo, non per fare scena, ma per scegliere qualcosa che sia vero e non “da dire bene”. Lo sguardo gli scivola un attimo fuori dal vetro, sulle luci e sulla neve che si appiccica a chiazze, poi torna su di lei. - Va bene, tocca a me. - Adrian inspira piano, poi scuote appena la testa. - Una volta ho accettato di aiutare un vicino a montare un armadio. - Fa una pausa. - Eravamo in due. Ci abbiamo messo sei ore. Alla fine l’armadio stava in piedi… ma aprendo un’anta si aprivano tutte. - Un mezzo sorriso. - Il vicino era convinto fosse una funzione di sicurezza. Non l’ho corretto. - Si sistema meglio sotto di lei, senza smettere di tenerla. Più o meno, in quel frangente, saranno arrivati in cima, con la cabina più in alto possibile ed il panorama davanti a loro. La neve vortica, creando volute magiche nell'aria. C'è silenzio, non fosse per il loro respiro e la musica leggera di sottofondo. Ma sembra ignorare ogni cosa se non quella presenza seduta sulle proprie gambe. - Cath… - La stringe un po’ di più, senza pensarci. - Rimani con me. Sempre. - La frase gli esce prima che possa limarla.
Catherine Beaufort: Il tempo si dilata, le stesse carezze sembrano lente, durare in eterno e lei par sentire la variabile del tempo, i secondi che si inseguono in una danza lenta, ma intensa. Avverte la mano sulla schiena, come se non avesse tessuto, mentre le dita sfiorano la guancia di lui, mentre gli occhi si soffermano sui suoi occhi- No, lo so -lo mormora basso, seguendone il profilo del viso- Te l'ho detto, non potrò mai abituarmi -socchiude gli occhi quando si sente sfiorare i capelli, la schiena che si arcua appena, il viso che si avvicina al suo, eppure non ha il passo successivo, resta solo il respiro che si confonde con quello di lui, mentre le labbra si schiudono alle sue parole, le guance si colorano di un rosa tenue- Se lo dici tu, non penso sia sdolcinata o una frase fatta, penso sia la verità -il tono è un sussurro lieve, ma la gelosia scivola via, resta qualcosa di più caldo, meno spigoloso. Sente il battito assordarle l'udito, lo sguardo che vaga sul suo viso, incrociando le sue labbra e poi poco dopo, si ritrova a ritornare sui suoi occhi, sfiorando con l'indice la sua bocca, per frenare qualcosa- Se mi baci finisce la conversazione, lo sai -mormora con un tono divertito e rauco, la risata trema ruvida nella sua gola, facendo poi scivolare il dito di nuovo sulla sua guancia, con il resto della sua mano. Si lascia avvolgere e si posiziona meglio, si stringe a lui in un modo serrato, ma non violento- Un quesito interessante, avevi già una mente acuta -il sorriso che gli rivolge è tenero, luminoso, come se immaginasse la scena e ne fosse deliziata- Hai poi scoperto il cassetto delle briciole? -poggia la mano sulla sua guancia e solleva le labbra per baciargli la punta del naso- Al primo anno di medicina, mentre sterilizzavo degli strumenti, la fiammella del fornellino mi ha bruciato buona parte dei capelli...mi hanno chiamata Charlie per buona parte del secondo anno -mormora in quel tono basso, osservandolo con un sorriso lieve, sfiorando ancora il naso con il proprio, il cuore che sfarfalla un momento, il panorama che non viene osservato e il cigolio che le strappa di tanto in tanto un sussulto, profondo, viscerale- Tocca a te -
Adrian Cole: Non la interrompe. Non prova a deviare il discorso né a smussare quella vulnerabilità che sente chiaramente sotto le parole. Adrian resta fermo, fisico, presente, lasciandole il tempo di dire tutto quello che deve. La mano sulla sua schiena non si sposta, non cambia presa, come se fosse un punto fisso mentre tutto il resto oscilla. Quando lei parla di schemi, inspira piano, dal naso, e l’aria gli resta un istante nei polmoni prima di uscire. - Non era mia intenzione. - dice, senza difendersi. - Ma succede spesso. Pensavo lo sapessi ormai - Abbassa appena il capo verso di lei, il mento che le sfiora i capelli, un gesto che non cerca intimità forzata. Il pollice le disegna un arco lento sulla schiena, distratto, quasi inconscio. La gelosia la sente tutta. Non la ignora, ma non la prende come un attacco. Si limita a girare appena il viso per incontrare i suoi occhi, senza sfida. - Suonerò sdolcinato e con una frase forse un po' "fatta" ma.. Guardavo e guardo solo te. - Le sfiora il naso con il proprio, percependo il calore e la vicinanza come una calamita. Lo sguardo si abbassa un attimo, soffermandosi lungo il naso e poi verso le labbra, risalendo nuovamente ad incrociare gli occhi verdi. Nonostante quella gelosia espressa, quel sentimento probabilmente nuovo, la guarda come se non vedesse altro. E non volesse nient'altro che baciarla. Ma la voce di lei lo ferma. Quando parla del poco tempo, resta in silenzio più a lungo. Questa volta non risponde subito. Le dita si stringono appena, come se stesse ancorando anche sé stesso. Poi inclina appena la testa. - Se comincio a parlare adesso, sappi che rischio di partire malissimo. - Un mezzo sorriso gli piega la bocca. - Tipo raccontarti di quando avevo otto anni e ho smontato un tostapane perché volevo capire dove finivano le briciole. - La stringe appena di più, come se fosse la cosa più logica del mondo. - Non ho trovato le briciole. E rotto il tostapane. Un mese in punizione perché non avevamo abbastanza soldi per comprarne un altro. -
Catherine Beaufort: Sta eludendo le parti imbarazzanti di quel momento, il suo strillo non è mai avvenuto ed ha scelto lei di sedersi su di lui, non una goffaggine che non possiede realmente. Eppure il profumo di lui, il calore di Adrian e la presa con cui le sostiene la schiena, sono i punti di ancoraggio per una nave in tempesta, che non ammette di esserlo. Lui china il viso e lei inspira meglio il suo odore, mentre il cuore tamburella, umano e disordinato, contrario a tutto quell'ordine che lei vuole sempre porre. Socchiude gli occhi, stringe la mano un momento, ma poi con il pollice ne segue la pelle, sussultando quando la ruota si lamenta per quel vento e quella neve- Sei uscito fuori dai miei schemi, di nuovo -non è una cosa frustrante, ma par sorpresa, delicatamente sorpresa- Trovo gradevoli i tuoi abbracci -minimizza, ma si nota come siano caldi i polpastrelli e nonostante la paura, sta cercando di esserci. Prova a girare il suo viso, per incontrare gli occhi e lasciare che il naso sfiori il suo, gli occhi lo cercano- Me ne sono accorta io, il che dice molto sulla loro discrezione -risulta...gelosa, di una gelosia fredda e non meno pericolosa, che la conduce ad un'espressione senza inflessione alcuna, nessuna tenerezza ed un delicato senso di territorialità che emerge a sorsate piene, ma che tenta di sotterrare poco dopo- Presumiamo di avere poco tempo -in generale lei lo sa, eppure vuole dare il beneficio del dubbio, la speranza labile che la promessa di lui attecchisca come una quercia- Diciamoci ogni cosa, bella o brutta, decidi tu, so che non potrebbe mai colmare la conoscenza nel tempo, ma...voglio conoscerti ancora -il tono risulta basso, quasi vulnerabile, come se non stesse giocando con lui.
Adrian Cole: Lo strillo gli arriva addosso insieme al peso di lei, e per un attimo la cabina sembra inclinarsi ancora di più — o forse è solo il suo istinto che scatta, rapido, preciso. Una mano le va alla schiena, l’altra resta intrecciata alle sue dita, a trattenerla come se fosse la cosa più naturale del mondo che Catherine finisca sulle sue gambe in mezzo a Coney Island. Non la sposta. Non la rimette “a posto”. Si limita a stringerla, un poco di più. - Sto qua. - ripete lui, piano, come se fosse una conferma e non una risposta. E il tono è quello che usa quando decide qualcosa senza discuterla. La sente togliersi i guanti, il cappello, cercare pelle e calore con quella testardaggine silenziosa che le appartiene. Adrian abbassa appena il viso verso i suoi capelli, inspirando un odore pulito, freddo, quasi domestico nonostante siano sospesi sopra la città. - Non ti prendo in giro. - mormora contro la sua tempia, senza ironia. - Al massimo… ti tengo. - Fuori, la neve si appiccica al vetro in piccoli fiocchi irregolari. Le luci del luna park diventano più lontane, più piccole. Il mondo sotto di loro sembra una cosa che appartiene ad altri. Quando lei parla delle ragazzine, Adrian non si irrigidisce… ma un sorriso gli sfugge comunque, breve, come se quella gelosia gli facesse tenerezza e gli desse anche un senso di vittoria che non ammetterà mai. La lascia sfiorargli la guancia. Si volta appena dentro il suo palmo, come per farsi trovare meglio. Quando lei accenna alle ragazze, impiega un secondo a capire a cosa si riferisca davvero. Corruga appena la fronte, come se stesse ricostruendo mentalmente la scena. - Ah. - fa semplicemente. - Non me ne sono accorto. - Non lo dice per minimizzare, né per difendersi. È una constatazione onesta. La mano che aveva sulla schiena resta lì, ferma, calda, più attenta a lei che a qualsiasi cosa fuori dalla cabina. La cabina ondeggia ancora, ma lui resta fermo, solido sotto di lei. - Vuoi che ti parli finché arriviamo su? -chiede, senza forzarla. - O preferisci contare i fiocchi sul vetro e far finta che il resto non esista? -
Catherine Beaufort: Sente la presa della sua mano sulla propria, fisica e reale, qualcosa che ha già registrato ed è diventato familiare, cercato. Non lascia quella mano, ma le si ancora, mentre il respiro le morde i polmoni. sposta lo sguardo su di lui, ne cerca gli occhi,, la struttura del viso e la paura diventa una presenza sorda, ma in sottofondo, fin quando la cabina non oscilla e lei ritorna al presente, irrigidendosi di scatto- Certo -lo mormora con un che di basso, quasi sussurrato, senza riprenderlo per il linguaggio volgare. Lo segue, incespica quando la cabina oscilla, osservandosi intorno come se potesse crollare, ma la vista le mozza il fiato ed un rumore, la fa ruotare di scatto, finendo sulle gambe di lui in uno sgambetto proprio che le fa emettere un piccolo strillo, che soffoca con la mano. Lo osserva da una posizione che lei non contemplerebbe in pubblico, ma non si scosta subito, non si allontana scusandosi. Il viso alla sua altezza, le gambe che penzolano nel vuoto e par piccolissima in quella posizione- Sto qua -sentenzia e si mette pure comoda, poggiando la testa sulla sua spalla, nemmeno chiede il permesso, ma si accocola su di lui, sfilandosi i guanti ed il capello, per poter avere punti di contatto, mentre gioca con le sue dita, in un modo distratto, mentre sbircia fuori di tanto in tanto, tremando e deglutendo- Se tutto va male, non avrai tempo per prendermi in giro -un umorismo nero, che si conclude con una chiusura degli occhi, un contatto della guancia contro il suo collo, il naso che ne sfiora ma mandibola, i capelli che gli solleticano l'orecchio- Guardo te allora, l'unica, visto come quelle ragazzine cercavano di attirare la tua attenzione -la mano libera tenta di sfiorargli la guancia apposta, ne poggia il palmo, le dita caldissime, si accoccola come fa spesso in casa, ma fuori calibra spesso i contatti o forse la timidezza ha un gioco essenziale anche là- Stasera mi faccio proteggere e non discuto, segnalo da qualche parte -.
Adrian Cole: Il cambio di rumore lo percepisce prima ancora della neve: quel clack più ovattato sotto la suola, il freddo che smette di essere solo umido e diventa secco, definitivo. Adrian lo registra senza farci davvero caso, perché Catherine è già davanti a lui e la sente irrigidirsi tutta insieme, come se la ruota non stesse solo partendo, ma stesse prendendo qualcosa che non ha intenzione di restituire subito. Quando lei gli prende la mano, non se ne stupisce. Le dita si chiudono sulle sue con naturalezza, il pollice che le si appoggia sopra, a coprire quel poco di pelle rimasta esposta. Entra nella cabina subito dopo di lei, lasciando che la porta si chiuda alle spalle con quel rumore sordo che fa sembrare il mondo fuori più lontano di quanto non sia davvero. La cabina ondeggia appena. Adrian allarga un poco le gambe per stabilizzarsi, poi si volta verso Catherine, studiandola senza fretta. La vede ferma, troppo ferma, gli occhi grandi che cercano punti fissi dove non ce ne sono. Alla sua domanda inclina appena la testa, come se la stesse prendendo sul serio in ogni possibile accezione — perché lo fa. - Seduti. - dice piano, indicando con il mento la panca. - Così la ruota fa meno la stronza. - Un mezzo sorriso gli tira appena l’angolo della bocca, ma non insiste. Si muove per primo, sedendosi sul lato che guarda verso l’interno, lasciandole quello vicino al finestrino senza dirlo esplicitamente. Quando lei si sistema, lui si avvicina quanto basta da non lasciarle spazio vuoto addosso, ma senza chiuderla. Fuori, le luci iniziano a salire lentamente, il luna park che si abbassa sotto di loro mentre la neve si posa sul vetro in piccoli punti bianchi irregolari. Adrian piega un po’ il busto verso di lei, la voce bassa, stabile. - Non devi fare niente. — aggiunge. — Non guardare giù, non guardare fuori, non guardare me… o guarda quello che vuoi. Non cambia nulla. - La mano è ancora nella sua, calda nonostante il freddo. - Sei al sicuro. - Lo aggiunge poi più a bassa voce.
Catherine Beaufort:Il freddo scava le ossa, rallenta il battito e congela le parti esposte di una persona che è assolutamente coperta. Non importa se la gente le sta davanti, quel che è sicuro è che dietro non la spingerà nessuno, visto il muro che Adrian ha creato, tra lei e il vento, così come la massa che non ama, si vede che la folla, la calca e la confusione non sono il suo ambiente. si nota di lei il capello bianco in lana, lo scalda collo dello stesso colore, il cappotto nero che le sottolinea la figura esile e gli scarponcini da neve, per evitare che il ghiaccio la colpa impreparata. L'unica cosa visibile è il nasino arrossato e le guance, così come gli occhi verdi fissi sulla ruota panoramica. Il cigolio la fa sussultare e nel fare un passo indietro impatta contro Adrian, ritornando a fare poi un passo avanti, con le mani che si chiudono dentro le tasche, coperte in guanti in pelle impellicciati. Fa un respiro denso, quando è il loro turno, avvertendo un vuoto allo stomaco. Lei non parla tanto, ma è in silenzio da un po' questa sera, anche se ha sbirciato la folla, le coppie e quelle ragazze che hanno sorriso al passaggio di Adrian, bisbigliando cose che le hanno indurito lo sguardo. Incontra lo sguardo di Adrian, ma non ricambia il sorriso, corruccia la bocca ed è forse il cedere alla paura, la sensazione di sfida, che la conduce a sfilare la mano dal cappotto per afferrare la sua e trascinarlo, proprio nel momento stesso in cui la pioggai muta in candida neve- Andiamo... -il tono è lieve, rauco, leggermente soffocato dal tessuto, mentre entra nell'abitacolo, osservandolo come se fosse un'anomalia del frattale. Restando impalata un momento, anche quando la porta si chiude e lei si volta verso quella, verso di lui osservandolo con quegli occhi grandi- Come ci mettiamo? -la domanda che potrebbe essere fraintendibile, ma per il momento, ha realizzato che la ruota è partita e lei non può scendere.
Adrian Cole: La fila avanza lentamente, scandita dal rumore metallico della ruota che si ferma e riparte a scatti regolari. La Wonder Wheel incombe sopra di loro, illuminata a intermittenza, le luci che si riflettono sull’asfalto bagnato come piccole stelle deformate. L’aria è fredda, umida, e la pioggerella sottile non è abbastanza forte da spingere la gente ad andarsene, solo abbastanza insistente da infilarsi ovunque: nei capelli, nei colletti, neipensieri. Adrian resta un passo dietro a Catherine, abbastanza vicino da schermarla dal vento che arriva dal mare. Tiene le mani nelle tasche del cappotto, le spalle leggermente chiuse, ma lo sguardo è fisso su di lei più che sulla ruota. Ogni tanto la struttura vibra, un lamento profondo che si mescola alle voci lontane del luna park ormai stanco, meno caotico del solito, quasi intimo. Quando è il loro turno, l’addetto apre il cancelletto con un gesto rapido. La cabina si ferma davanti a loro, dondolando appena. Adrian solleva lo sguardo verso l’alto, poi torna su Catherine, accennando un sorriso appena visibile, uno di quelli che non cercano sicurezza ma la offrono. Fa un mezzo passo avanti, lasciandole spazio, come a ricordarle senza dirlo che quella promessa l’ha mantenuta. - Facciamo ancora in tempo a ripensarci - Le mormora con quel sorriso che vorrebbe essere gentile, sebbene vi sia una leggera nota di sfida. Ma anche un po' la preoccupazione, sapendo che l'altra soffre di vertigini. La pioggia continua a cadere piano, tamburellando sul tetto della cabina. Non hanno molto tempo per decidere cosa fare, con una fila di impazienti ed un operatore che gli intima a sbrigarsi.